Il Conte di Lautrec

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Il Conte di Lautrec e quella (cupa) via a Poggioreale

La cattiveria umana, a volte, supera ogni immaginazione …

Napoli è da sempre crocevia di popoli, culture, grandi e piccoli uomini ma mai indifferenti al fascino di questa terra, dove anche le pietre trasudano storia e leggende.

Ed ecco quella di Odetto di Foix, conte di Lautrec, un generale terribile ed astuto che non provava pietà per i vinti, lo dice la storia e che, ahimè, è ricordato dai napoletani per la “cupa” via, nel quartiere di Poggioreale, che prende il suo nome, Lautrec.

 

Odet de Foix de Lautrec


Il terribile generale, a servizio di Luigi XII

Era al servizio di Luigi XII, quando in Italia conquistò la Liguria, Milano, Bologna, Melfi e poi si diresse verso Napoli.
E qui, nella nostra città, il destino giocò le sue carte.

Accompagnato da Filippino Doria, nipote del leggendario Andrea Doria, cercò da subito di affamare la popolazione.
Ma a Napoli c’era fermento assai e il destino rimescolò ancora le sue carte con Filippo d’Orange il quale, mentre Odetto cercava di distruggere l’acquedotto della Bolla, il buon e astuto Filippo fece mettere la canapa nelle paludi di Poggioreale, dove era accampato l’esercito di Odetto.


Odetto di Foix, conte di Lautrec

Fu così che, nel periodo estivo, si diffuse il colera e la peste che decimò l’esercito francese, tra cui il suo condottiero, il generale Odetto, che nessuno voleva manco per la sepoltura, ma che alla fine avvenne nella chiesa di Santa Maria la Nova. (liberamente tratto dal sito Storie di Napoli)

Viaggio a Napoli sul Vesuvio

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Sei una montagna … una montagna fatta di lava e cento lingue e hai nelle mani questa vita mia … di tutti noi napoletani, cresciuti all’ombra del tuo cono, intimoriti e affascinati, da te…

– J.W.Goethe
Il Vesuvio descritto nel viaggio di Goethe a Napoli insieme al pittore tedesco Tischhein

Il viaggio di Goethe

Attratto ed eccitato dal “brutto mostro pericoloso“, come lo definiva il suo compagno di viaggio, il pittore tedesco Tischhein, convinse un giovane del posto a fargli da guida perchè “nell’intervallo di due eruzioni, doveva essere possibile raggiungere la sommità del cono, spingersi fino al cratere e ritornare”, pensò Goethe, che aveva studiato la cadenza regolare delle frequenti eruzioni del 1787.

Nel suo Viaggio a Napoli, J.W.Goethe, racconta che si spinse fin sopra al cratere del Vesuvio, con il suo pennacchio di fumo, rischiando la propria vita, per scoprire i segreti del vulcano.


“Ci trovammo a picco sull’orlo di un abisso enorme.
Improvvisamente echeggiò un boato e la scarica formidabile ci passò sopra la testa.
Ci curvammo involontariamente , come se questo ci potesse salvare dalla tempesta di massi, le pietre più piccole cominciavano già a crepitare quando noi, contenti di avere superato il pericolo, arrivammo ai piedi del cono, mentre la cenere fioccava ancora, coi capelli e con le spalle infarinate anzi che no.”

Funiculì funiculà, la prima funicolare

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Funiculì funiculà, la canzone del 1880

Una canzone è indissolubilmente legata al Vesuvio, alla nascita della prima funicolare sorta alle falde del vulcano.
Siamo nell’estate del 1880, al brindisi d’inaugurazione della prima funicolare italiana parteciparono autorità e personaggi politici.

Si pensò allora a qualcosa di accattivante, che potesse incoraggiare i partenopei a prendere la funicolare: venne commissionata al musicista Lucio Denza una canzone che potesse essere il simbolo di questo nuovo mezzo di trasporto e, con la penna del giornalista Peppino Turco, in dieci minuti nacque “Funiculì Funiculà

Fu quasi un inno al nuovo mezzo di trasporto pubblico, che i napoletani da allora scelsero per salire non solo sulle pendici del monte Somma ma, in seguito, anche per raggiungere i quartieri “alti” della città.

E allora… “jamm jamm ncpoppa jamme ja funiculì funiculà…”

Funiculì funiculà, la canzone del 1880 in onore della funicolare

La magnifica vista dal cratere del Vesuvio

L’ascesa alla sommità del Vesuvio è stata da sempre una grande attrattiva turistica.
Per anni, fino al XIX secolo, le guide del Vesuvio hanno trasportato i turisti sul cratere a bordo di muli, seggiolini e lettighe. 

Il percorso risultava impervio, lungo e faticoso, ma costituiva l’unica via d’accesso alla sommità del vulcano e all’Osservatorio Vesuviano.

Nella sottostante cartolina è ritratto un gruppo di persone munite di lettighe e muli che intraprendono l’ascesa alla sommità del cratere.

Verso il Vesuvio
Turisti accompagnati su lettighe e muli sul sentiero per il Vesuvio

Ed ora per gli appassionati ecco qui la canzone Funicilì Funiculà nella versione classica e napoletana e intramontabile di Sergio Bruni.

Funiculì Funiculà di Sergio Bruno

E sempre la canzone Funicilì Funiculà nella versione lirica del nostro Luciano Pavarotti nei secoli dei secoli per sempre nel nostro cuore, Grazie Luciano.

Funiculiì Funiculà di Luciano Pavarotti

Le nozze? Un terno a lotto…

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Le origini del nome Vico Bonafficiata

Nel 1520 durante l’estrazione del lotto furono scelte novanta ragazze senza marito tra le quali furono sorteggiati i “maritaggi”: si trattava di dare un corredo di nozze e quindi le fortunate che si aggiudicavano il premio erano chiamate “bonifficiate” cioè beneficate: da qui il nome del Vico Bonafficiata Vecchia, nel quartiere Montecalvario.

La tradizione del Lotto secondo Matilde Serao

“Non tutti si possono muovere ed allora un monello parte, va al più vicino posto del lotto e prende i numeri, tutti aspettano, il ragazzo torna correndo, affannato, si pianta alla bocca del vicolo e grida i numeri:24 69 49 8 65, tutti impallidiscono … Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l’acquavite, non muore di delirium tremens, esso si corrompe, muore per il lotto! Il lotto è l’acquavite di Napoli!”

E’ così che Matilde Serao ne “Il ventre di Napoli” considera il gioco del lotto, una specie di dipendenza patologica per il popolo partenopeo, una malattia contagiosa che ancor oggi colpisce tutti, benestanti e poveracci.

Come l’abitudine di trasformare in numeri sogni e fatti quotidiani, tragedie e storie curiose.

Pur di centrare il terno “secco” i napoletani di fine Ottocento “imparano a memoria la smorfia ossia La chiave dei sogni”, racconta la scrittrice, “Tutti gli avvenimenti, grandi e piccoli, sono considerati come una misteriosa fonte di guadagno. Muore una fanciulletta di tifo, la madre gioca i numeri , escono, ella esclama: M’ha fatte bbene pure murenne!”